The Bolaño Project

THE BOLANO PROJECT

The Bolaño Project

Dall’Austria al Teatro Litta, il penultimo appuntamento della linea Apache attraversa i confini, ed è subito Arte!
The Bolaño Project, in scena dal 19 al 22 maggio, è il progetto che Laia Fabre e Thomas Kasebacher, di notfoundyet, portano avanti da cinque anni, un viaggio ancora in corso alla ricerca della sua perfetta conclusione.
Spettacolo, performance, galleria d’arte, reading, live music, The Bolaño Project lascia, senza dubbio, il segno per la sua straordinaria varietà artistica: le dimensioni performative, i mondi culturali, tanto diversi fra loro eppure così abilmente connessi, in cui gli artisti si aggirano, sono veicoli che ci trasportano in un viaggio fantastico e coinvolgente all’interno dell’opera, 2666, dell’autore cileno Roberto Bolaño. Laia Fabre e Thomas Kasebacher ci raccontano, con uno stile personalissimo fatto di ironia e riflessiva leggerezza, la storia di uno scrittore scomparso, in pieno deserto messicano, nella stessa città dove si verificarono una serie di efferati omicidi di giovani donne.
Nel nostro deserto di noia e indifferenza, ecco apparire all’orizzonte un’oasi di orrore e turbamento che non lascia scampo e garantisce un coinvolgimento mentale e sensoriale.
La Cavallerizza diventa, così, più di una semplice sala teatrale in cui assimilare passivamente i caratteri performativi in scena. La piccola sala di corso Magenta si fa, dunque, contenitore di molteplici e variopinti linguaggi artistici, di diverse esperienze comunicative, che toccano il vissuto personale di ogni spettatore, mettendo in gioco ognuno le proprie capacità di comprensione, elaborazione e apprendimento.
L’udito è il primo senso a essere coinvolto e stimolato: prima ancora di mettere piede in sala, una voce ci accoglie leggendo alcune pagine del libro di Bolaño e affermandolo come protagonista assoluto di questa perfomance. Impagabile, poi, l’impatto visivo della sala, destrutturata e allontanata dalla classica immagine di una sala teatrale con il suo palcoscenico e le sedie per gli spettatori: una serie di enormi quadri, raffiguranti splendidi animali, fanno da cornice a uno spazio che assomiglia, per certi aspetti, a una galleria d’arte. In questo inatteso vernissage meneghino, che può vantare anche un rinfrescante bar a disposizione del pubblico, non si può fare a meno di notare e ammirare l’uomo nudo che fa da modello per un ritratto che prenderà forma sotto i nostri occhi.
Cactus pericolosissimi dalle mille e avvincenti storie, quadri pieni di passione e ossessione, una chitarra, libri alla portata di chiunque voglia sfogliarli, artisti all’opera, lo spazio con cui ci ritroviamo ad interagire destabilizza e incuriosisce, divertendo: possiamo aspettarci di tutto a questo punto.
Laia Fabre e Thomas Kasebacher, esuberanti interpreti, non tradiscono le aspettative e, facendoci accomodare sugli inconsueti cuscini che delimitano il perimetro della sala, fanno vivere a ogni spettatore, attraverso il coinvolgimento dei sensi, un’incredibile avventura alla scoperta dell’autore cileno e delle sue travolgenti parole. Un progetto originale e ben studiato quello degli artisti di notfoundyet, che ci parlano di un luogo arido e senza vita, una città in pieno deserto, facendocene sentire gli odori penetranti e suggestivi; che in un gesto semplice, ma barbaro, come strappare la pagina di un libro, sanno racchiudere tutta la violenza e la brutalità del togliere, del portare via da qualsiasi essere la propria anima e essenza; che con una straordinaria simpatia e spontaneità ci catapultano in un mondo da cui è impossibile non venire rapiti, solleticando sempre più l’interesse di ognuno e la voglia di avere sul proprio comodino, accanto al letto, l’opera 2666 di Roberto Bolaño.

No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

X