L’inquilino

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L’inquilino

Avvincente, scioccante, sconvolgente. In prima nazionale al Teatro Litta, L’inquilino trova nella regia di Claudio Autelli un brillante manovratore, capace di dirigere, esaltare la bravura degli attori e di angosciarci e farci ridere al tempo stesso. Dall’1 al 10 aprile nella storica sala di corso Magenta, lo spettacolo è tratto dal romanzo di Roland Topor L’inquilino del terzo piano, da cui è nato negli anni settanta l’omonimo capolavoro cinematografico di Roman Polanski.

Trelkovsky è alla disperata ricerca di un appartamento. Il signor Zy, essere serpentino, curvo, con le spalle all’altezza delle orecchie, dai movimenti striscianti, è il proprietario di diversi appartamenti a Parigi. L’incontro tra i due è inevitabile e fatale. Il ticchettio di un orologio scandisce la pungente e ironica trattativa per l’affitto di un appartamento, che “fortunatamente” si è da poco liberato. Dopo molte raccomandazioni, Trelkovsky ne esce vittorioso.
L’inquietante ticchettio di sottofondo si trasforma in un debole, ma penetrante, cuore che batte: su un letto d’ospedale la precedente inquilina, Simonetta Choule, giace immobile dopo aver tentato il suicidio, gettandosi dal balcone di quello stesso appartamento ora abitato da Trelkovsky. L’urlo disperato che segue l’incontro dei due protagonisti è agghiacciante quanto inaspettato e dà il via a una giostra psicologica senza via di uscita.
In questo continuo girare in tondo, che non si ferma mai, nell’efficace e dinamica scenografia, sempre in movimento, di Maria Paola Di Francesco, si va sviluppando la paradossale vicenda di Trelkovsky, una storia ai limiti dell’assurdo che però affascina e coinvolge. Il ritmo serrato e l’umorismo noir di cui è impregnata l’incalzante interpretazione degli attori (Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù, Marcello Mocchi) fanno de L’inquilino uno spettacolo godibilissimo, che non annoia, ma che, al contrario, tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino all’ultima battuta.

Inutile dilungarsi nel raccontare dettagli sulla trama e sui personaggi, su cosa accade e quale sia la conclusione, perché sarebbe come rivelare i trucchi di uno spettacolo di magia: si perderebbe l’anima stessa dell’evento e la bellezza della sua fruizione. Si può, però, riflettere per qualche riga sul microcosmo, sull’umanità che Claudio Autelli porta in scena: un’umanità stravagante, irreale, che proprio per la sua spaventosa illogicità, sentiamo incredibilmente vicina. Figure animalesche popolano il palcoscenico; queste anime dalle sembianze grottesche si insinuano come tarli nella vita di Trelkovsky, lo manipolano, lo braccano, portandogli via ciò che ha di più prezioso: la sua identità. I ricordi della vita passata non esistono più; la sua esistenza vergognosa viene coperta, nascosta da una identità più idonea e conforme alla realtà che lo circonda; rimane solo la memoria di un disagio, di una difficoltà di stare al mondo che è il cuore di tutta l’opera.
«In che momento un individuo smette di essere quello che si crede di essere?»; per chi siamo disposti a cambiare noi stessi? E perché riteniamo necessario omologare ciò che siamo a un altro individuo o a un’intera collettività?
Domande coraggiose per uno spettacolo coraggioso. Il mix equilibrato di ingredienti appetitosi fa de L’inquilino lo spettacolo perfetto da gustare in questo inizio di primavera.
Non perdetevelo!

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