L’Annuncio a Maria

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L’Annuncio a Maria

In questi mesi si parla tanto di fede e di religione, di terribili guerre perpetrate in nome di Dio, di crocifissi nelle scuole e del Giubileo in corso, ed è in questo clima nazionale e internazionale che al Teatro Litta, dal 15 al 20 dicembre, va in scena il testo bello e importante di Paul Claudel L’Annuncio a Maria, diretto dall’intima regia di Paolo Bignamini. Sul palcoscenico un cast dalla toccante interpretazione (Matteo Bonanni, Alessandro Conte, Federica D’Angelo, Ksenija Martinovic, Paola Romanò e Antonio Rosti) che racconta la dura e dolorosa storia di una famiglia francese del 1400, alle prese con i propri turbamenti interiori, con gli scandali e la minaccia distruttrice di un’epidemia di lebbra che non lascia scampo.
In un Medioevo suggerito e non chiaramente identificato dalla scena, l’amore fa da sfondo a tutto il dramma: è il motore principale, il meccanismo che fa succedere tutte le cose, il vento che agita le anime inquiete dei personaggi. L’amore è, infatti, ciò che spinge la dolce e bella Violaine a salvare con un bacio (come nelle favole!) il muratore, affetto da lebbra, Pierre di Craon, non perché sia innamorata di lui, come si potrebbe pensare, ma per permettergli di costruire una chiesa per Dio. Per amore Anne Vercors, felice padre di famiglia e proprietario terriero di successo, decide di lasciare la propria attività e i propri cari e avviarsi in un devoto pellegrinaggio verso Gerusalemme: la felicità e la gioia che la vita e Dio gli hanno concesso, lo fanno sentire in debito, un debito che, solo abbandonando questa stessa felicità, può estinguere. Mara, sorella di Violaine, è, invece, animata da un amore tormentato, una miscela di egoismo, invidia, odio, il tutto condito da un’idea di affetto morboso, univoco e possessivo: la ricetta perfetta per un personaggio bello e complesso, che, come nella storia di Caino e Abele (ma al femminile!), dà voce alle incertezze della fede e fa da contrappunto all’assolutismo di Violaine. Tenero e intenso anche l’amore di una coppia ormai consolidata da trent’anni di matrimonio, come quello tra Anne Vercors e Elizabeth, genitori di Mara e Violaine. Entrambi felici e, nonostante gli anni passati insieme, ancora apparentemente innamorati, la loro è una relazione che manca però di comunicazione: al linguaggio sciolto e autoritario di lui si contrappone l’interpretazione rallentata di lei, dalla cui bocca ogni parola esce faticosa, gravosa e pesante; solo attraverso il canto, unico e solenne strumento per una profonda e vera comunicazione, Elizabeth riesce a esprimere i suoi turbamenti e le sue preoccupazioni a Dio.
Efficace, anche se essenziale, la scenografia sempre in movimento, che ben si sposa con il disegno luci di Fabrizio Visconti. Un cielo grande e splendente di stelle si impone sulla scena; un pannello copre e scopre luminosi fili di grano, simboli del successo del coltivatore Anne, piccoli appezzamenti di paradiso immersi in una realtà oscura, in un’epoca tanto buia, quanto lo è stato il Medioevo e quanto lo è il nostro presente. A mano a mano che scendiamo in profondità ad esplorare gli animi dei personaggi e i loro turbamenti, sempre meno luminose appaiono le stelle del grande firmamento, fino ad arrivare al loro permanente spegnimento. L’uomo si ritrova così confuso, disorientato: non c’è più alcuna guida, è solo e, da solo, deve affrontare i suoi grandi mali e porvi rimedio. Ma è proprio quando tutto sembra perduto, quando la fede vacilla e i personaggi non riescono più a fidarsi ciecamente delle vie misteriose su cui Dio li sta conducendo, quando la fine è arrivata, gettando un’ombra sconfortante sulla scena, ecco è proprio in quel momento che personaggi e pubblico vengono investiti da un conciliante e rasserenante fascio di luce bianca che rischiara l’intera sala e gli animi di tutti.
Lasciatevi, dunque, conquistare dal mistero e dalla poesia di un testo che parla di libertà e dell’enigmatico rapporto tra l’uomo e il suo destino.

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