IDENTIKIT DI UNA DONNA. Le persone non entrano per caso nella nostra vita, le chiamiamo.

IDENTIKIT DI UNA DONNA. Le persone non entrano per caso nella nostra vita, le chiamiamo.

Non poteva chiudersi in modo migliore la Costellazione 2015/2016 di Manifatture Teatrali Milanesi! L’ultimo spettacolo della stagione MTM, Identikit di una donna. Le persone non entrano per caso nella nostra vita, le chiamiamo, in scena dal 23 giugno al 9 luglio, è la perfetta conclusione di un anno che ci ha visto spettatori attenti e curiosi, coinvolti tra risate, riflessioni, commozione, intimità emotiva, sorpresi e stimolati da molteplici e dinamici linguaggi performativi.
Antonio Syxty, ideatore, regista, autore (insieme a Valeria Cavalli) dello spettacolo, si distacca leggermente dal filone registico teatrale degli ultimi tempi, per un ritorno al passato che ha tutto il sapore, un po’ retrò, dell’arte performativa. Identikit di una donna è senza dubbio un nuovo punto di partenza, più che una conclusione; è uno stimolo all’approfondimento e alla riflessione; è una galleria di suggestioni antiche, ma senza tempo; è un susseguirsi di impressioni che indagano, scoprono, conoscono, ricordano, vedono, sentono, senza però trovare mai risoluzione, come sospese, eterne in questo eterogeneo museo di menti spettatrici.
Nessuna trama, se non un “filo pericoloso delle cose”, che lega e unisce luoghi, persone, e pensieri. In scena due donne, Caterina Bajetta e Bruna Serina de Almeida, in un seducente gioco visivo di positivo e negativo, di bianco e di nero, suggerito dagli eleganti costumi di Giulia Giovanelli, nostalgicamente anni ’60, ed enfatizzato dalla suggestiva scenografia a scacchiera di Guido Buganza. La realtà e i suoi molteplici strati sono indagati, scomposti, esplorati in una sequenza di azioni performative che raccontano e formano un intenso identikit dell’universo femminile, legato e ispirato alla poetica di Michelangelo Antonioni.
C’è sicuramente un’affinità concettuale tra il regista Antonioni e il regista Syxty, un’affinità che sta tutta nello sguardo, nel modo di vedere ciò che li circonda, una modalità di osservare la realtà e le persone, tipica di chi ha l’intelligenza e la profondità per accorgersi che sotto ogni cosa c’è un infinita quantità di suggestioni da esplorare e scoprire, portandole alla luce.
E lo sguardo, infatti, è il centro di tutto, con le sue immagini, i colori, l’immensità e la concretezza delle idee, la sua intuitività. Nasce tutto da lì, dallo sguardo: molteplici strati di immagini, nascoste sotto la banale superficie della realtà, ritornano prepotenti ad affermare la loro presenza e a pretendere la loro realizzazione; un Mistero da cogliere, da rubare e tenersi stretto, quel canto dolce e ammaliante che non tutte le orecchie riescono a sentire; la delusione pungente di una cecità guarita, che nella realtà, finalmente nitida, non ritrova nulla della sua immaginifica visione delle cose; un difficile definirsi e definire ciò che ci circonda, il peso di parole che non possono spiegare né avvicinarsi alla bellezza, a volte sconfortante e sconcertante, delle idee eteree.
Guidati dalle due ammalianti attrici e dalle incursioni di una significativa e importante figura maschile, Guglielmo Menconi, dall’identità non definita, ma portavoce di appunti, pensieri, fantasie e racconti di vita di Antonioni, gli spettatori scoprono, o riscoprono, tutta la poesia della sua regia, dei suoi film, delle sue inquadrature, cariche di stupore e mistero, pregne di una profondità che scompone il mondo e tutte le cose.
È tutto un sentire questo Identikit di una donna, un sentire che, fino al 9 luglio, potete fare vostro, un sentire che vi accompagnerà alla scoperta di quelle atmosfere, di quelle dinamiche emotive e di quei conflitti, che Antonioni ha saputo delicatamente e poeticamente raccontare sul grande schermo e che Antonio Syxty ha sapientemente trasferito sul palcoscenico, senza perderne la magia.

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