Teatro: Grado Zero

Ci siamo.

Al ground zero del teatro, con la possibilità di sparire dall’orizzonte dei comportamenti umani. Non lo pensavamo possibile. Ci siamo stupiti all’inizio del lockdown, la chiusura che ha coinvolto progressivamente i vari paesi del pianeta per fronteggiare la natura di un virus in grado di proliferare passando da un corpo a un altro, da un individuo a un altro.

Ci siamo stupiti, siamo rimasti all’inizio increduli, ma ci siamo chiusi nelle nostre abitazioni osservando le direttive impartite dai nostri governi, confinati in stanze e ambienti di una casa che vivevamo solo in parte, nei fine settimana o di sera al rientro dal nostro lavoro, ma comunque con la possibilità di andare e venire a nostro piacere e volontà.

Ci sono anche venuti in mente i film catastrofisti di tanta cinematografia americana in cui abbiamo visto molte volte scenari immaginari di presidenti che si parlano solo attraverso schermi e collegamenti video per risolvere i problemi dei loro popoli, generalmente invasi da popolazioni aliene cattive e male intenzionate, e qualche volta da pandemie molto particolari in grado di trasformare gli umani in zombi, in non-morti.

Ci è sembrato di essere parte di un film o di una narrazione collettiva messa in atto dai mezzi di informazione pensando che poi, dopo, una volta finito tutto, le cose sarebbero tornate come prima.

 

 

Abbiamo sentito gridare dalle finestre delle città e delle megalopoli canti, saluti e incoraggiamenti. Abbiamo creato slogan preceduti dall’ormai ineludibile hashtag per confortarci attraverso le varie piattaforme di social media, per farci coraggio, per raccontarci che tutto passerà, che le attività umane torneranno alla normalità, dopo che la tempesta perfetta del virus sarebbe passata.

Ma non abbiamo mai pensato o immaginato che dopo la tempesta perfetta avremmo dovuto fare i conti con un nuovo comportamento individuale e sociale. Non abbiamo mai pensato di sperimentare la fragilità psicofisica dell’essere umano in questo modo. Ma la natura ha fatto il suo corso, come lo ha sempre fatto dalla comparsa dell’uomo sul pianeta terra, mettendo a dura prova alcune delle specie viventi fra cui l’uomo.

 

 

Abbiamo sempre pensato che saremmo tornati ‘alla normalità’, perché non ci sembrava possibile immaginare un futuro in cui la distanza fisica fra individuo e individuo potesse mutare. In fondo la prossimità fisica era ed è un dato acquisito del nostro comportamento individuale e sociale.

Così come non avremmo mai potuto immaginare che il contatto fisico con un estraneo attraverso anche solo una stretta di mano potesse diventare oggetto di studio e di analisi per evitare un ‘contagio’. Una semplice stretta di mano, non un abbraccio, un bacio sulla guancia, ma anche solo una distanza fra corpo e corpo, prima ancora di un contatto.

 

 

Ora ci siamo, siamo al grado zero.

Dobbiamo reinventare il nostro comportamento, adattare il modo in cui vivremo a nuove regole, iniziando a consegnare i nostri dati sensibili, come quelli che riguardano la nostra salute, a società pubbliche o private che le gestiranno attraverso algoritmi per garantirci la sicurezza a scapito delle nostre libertà.

Siamo entrati nel nuovo futuro, sempre quello che alcuni di noi hanno visto in tanti film della cinematografia americana in cui ogni individuo vive felice e senza criminalità perché qualcuno lo governa e lo controlla attraverso tecnologie studiate all’occorrenza.

 

 

E così il teatro ha sperimentato il suo grado zero, l’abbattimento, lo spegnimento per un lungo periodo. Il periodo in cui sto scrivendo questi pensieri. E quelli di noi che il teatro lo hanno fatto, dedicando una vita professionale alla produzione di teatro e di spettacolo dal vivo e, negli anni, hanno creato aziende culturali, con centinaia di migliaia di lavoratori connessi a questo lavoro, si trovano a non riuscire a capire questo nuovo futuro prossimo. Si trovano a non riuscire a vedere un’utilità della propria vita professionale prima e artistica poi, perché dopo la tempesta perfetta del virus, non sarà come in un dopoguerra in cui un paese ricostruisce le case, le fabbriche, gli ospedali, le scuole ma anche i teatri.

Con questa tempesta perfetta non sono crollate case, non ci sarà da ricostruire strade, ponti, edifici. Ci sarà solo da alzarsi dal divano, dove siamo stati costretti per un lungo periodo con uno smartphone o un tablet in mano, e ritornare a una vita privata e poi pubblica attiva, in un mondo che sarà completamente diverso senza all’apparenza aver mutato forma.

 

 

Il nostro paese è conosciuto nel mondo intero per il suo enorme patrimonio artistico e culturale, di cui anche il teatro fa parte. Ma il teatro, nel nostro paese, è sempre stato il più ‘invisibile’ fra le arti, perché legato a una lingua che non è mai diventata nazionale, ma soprattutto perché legato a una politica culturale che non ha mai realmente accettato e non si è mai realmente occupata di valorizzare fino in fondo il patrimonio artistico e culturale del proprio paese. Paradossalmente lo ha fatto negli ultimi anni di più con il cibo, perché è una merce di scambio. Una politica, dal dopoguerra in poi, che non è mai stata all’altezza della bellezza e dell’arte del paese in cui ha proliferato e continua a proliferare. Una politica che non è stata in grado di comprendere fino in fondo il rapporto fra corpo e spirito.

 

 

Quindi se il teatro era già ‘invisibile’ prima della tempesta, ora rischia seriamente di ‘spegnersi’ se non riesce a intuire quale possa essere la strada da percorrere per riattivare ‘la produzione’ di teatro nel nostro paese, evitando la distruzione di centinaia di migliaia di posti di lavoro: i lavoratori dello spettacolo appunto.

 

 

Chi fa teatro in Italia è sempre stato animato da un’ingenuità di fondo, che non giudico propriamente in modo negativo, ed è stata quella di pensare di essere necessario, ma non ha mai realmente capito quale poteva essere la necessità della propria “esistenza” nel mondo e nella società del paese in cui viviamo.

Era una necessità individuale dei singoli artisti? Era una necessità creativa di una generazione che si contrapponeva a un’altra generazione nel momento massimo delle trasformazioni sociali degli anni ’60? Era una necessità per alcune istituzioni culturali di assolvere a una funzione culturale e di formazione del pubblico? Era una necessità perché era considerato un bene culturale prezioso per una classe sociale istruita e ben educata? Si potrebbe continuare all’infinito a farsi domande sulla necessità del teatro nel paese in cui viviamo. E così si potrebbe dare le rispettive risposte a ogni domanda, ma senza sfiorare minimamente l’essenza della propria necessità.

 

 

Ora il punto è che – in modo anche commovente – il teatro sta gridando nel vuoto.

Sta gridando coperto dal rumore di altre voci e urla che cercano disperatamente di salvare la propria economia, l’economia di una comunità, di produzione, di lavoro, e di necessità primarie che si profilano nell’immediato futuro. Necessità primarie di cui ‘il teatro’ non fa parte.

 

 

Le urla del teatro ‘sepolto vivo’ da questa tempesta non servono e non serviranno a molto per lungo tempo. Sono servite a molto poco negli ultimi decenni in una situazione di ‘normalità’, a poco serviranno in un tempo come quello che si profila all’orizzonte nell’immediato futuro.

 

 

Il teatro nel nostro paese è ‘anche’, lo è sempre stato, nel senso di: “e poi c’è anche il teatro”, ne siamo consapevoli, dal teatro più grande al più piccolo.

Una grossa colpa di tutto questo è proprio di chi lo ha fatto, il teatro, me c compreso, di chi lo ha idealizzato, lo ha reso materia retorica intrisa di romanticismo per uno scambio di cultura e di saperi astratti, ‘immateriali’, di chi ha creato quelle aziende culturali e istituzioni che si sono arrogate il diritto negli anni di essere depositarie della vera cultura teatrale, sfruttando le rendite di posizioni acquisite, di chi ha proliferato nella disuguaglianza delle paghe e nei salari dei ruoli e delle cariche istituzionali e artistiche, di chi ha sfruttato la creatività giovanile senza operare nessun ricambio generazionale reale e concreto. Mi fermo perché l’elenco sarebbe davvero lungo.

 

 

Il teatro si è legato da sempre alla politica, ai politici, a quei politici che non sono all’altezza dell’arte e della bellezza del nostro paese. Il teatro si è legato al sistema politico servendo da ‘comodo o incomdo’ a seconda dei periodi e momenti storici, diventando di fatto giullare e menestrello dei signori della politica, sia a livello locale che nazionale.

 

 

Ora che siamo nel nuovo futuro, e che il teatro è nel suo vero e commovente ground zero, il teatro può urlare quanto vuole, ma nessuno lo ascolterà.

Purtroppo il primo a non sentire la voce del teatro in Italia è proprio il teatro stesso.

 

 

Se si può immaginare un futuro per il teatro nella prossima epoca nel nostro paese dobbiamo prendere atto che coloro che lo governano sempre più maldestramente stanno cercando di immaginarlo in modo caotico, arruffato, a tratti ridicolo, senza trovare un fronte comune: alcuni ancorati alle proprie rendite di posizione, altri immaginando che la politica possa farsene carico, altri ancora umilmente devoti a raccogliere le briciole di un tavolo senza cibo. Ma sempre con il pensiero che più ci caratterizza come popolo: “io speriamo che me la cavo”.

 

 

Io personalmente il futuro lo vedo possibile in una ‘nuova povertà’, che non è umiliazione, ma coscienza, concretezza e consapevolezza della propria esistenza e essenza, evitando parole come ‘utilità’, ‘necessità’, ‘urgenza’ e simili, e dando valore a parole come uguaglianza, empatia, umiltà, pensiero, abbattendo il più possibile il tasso di vanità.

 

 

“Il teatro non è indispensabile. Serve a attraversare le frontiere fra te e me”, scriveva Jerzy Grotowski.

Ora, che siamo al grado zero, non ci resta che cercare di capire – tutti noi del teatro – quali sono le frontiere da attraversare realmente, a iniziare da quelle che abbiamo costruito intorno a noi – proprio noi che il teatro lo facciamo.

 

 

Francamente ho i miei dubbi che riusciremo veramente a farlo perché i comportamenti umani sono i più difficili da cambiare, a meno che non intervenga una tempesta perfetta.

 

Antonio Syxty,

Milano, 22 aprile 2020.

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