Caligola

Caligola

Si sa, durante le feste, e soprattutto a Natale, si è tutti più buoni, la benevolenza si spreca, così come la predisposizione ad avere un animo più caritatevole. E allora, cosa c’è di meglio per iniziare il nuovo anno e tener fede ai buoni propositi che lasciarsi sedurre dal più brutale e spietato allestimento di Corrado d’Elia, Caligola, in scena al Teatro Litta fino al 24 gennaio.
La suggestiva e candida scenografia di Fabrizio Palla si scontra con i moderni abiti neri dei personaggi e con la grande vasca trasparente ripiena di quelle palline rosse, che per tanti sono piacevole e giocoso ricordo di momenti felici. Corrado d’Elia stravolge queste nostre memorie infantili per coinvolgerci nelle sanguinose vicende di Caligola, famoso imperatore che con le sue spietate gesta ha tiranneggiato su tutta Roma.
Con la morte improvvisa di Drusilla, sua sorella e amante, ha inizio il dramma: ormai rimasto solo, Caligola si rende conto di aver perso molto più che un affetto, ha perso il suo mondo, il suo punto di riferimento, l’amore vero e puro degli innocenti. Caligola-1Di fronte al dolore, al lutto, alla disperazione della perdita, a noi spettatori piacerebbe immaginare quella dolce Drusilla, che ogni tanto compare e scompare in scena, come ricordo di un gradevole passato, di un amore che, seppur proibito, possedeva una certa sincerità. In realtà, l’anima candida di Drusilla si carica di una connotazione più negativa, in contrasto, certo, con le bianche vesti che indossa: essa è, infatti, un fantasma ossessivo che appare in scena solo per tormentare e infiammare lo spirito angosciato di Caligola.
Secondo l’afflitto protagonista, Amare e Vivere sono due condizioni dell’essere umano che non possono coesistere: chi ama non è libero, è schiavo dei suoi affetti, in quanto ha troppo da perdere; ma chi l’amore non ce l’ha più, è l’uomo più libero del mondo, perché, come il condannato a morte, non ha più nulla che lo lega al passato né a questo mondo, può solo vivere, in attesa della fine, con la sola cosa che gli resta: la ricerca dell’impossibile. Caligola sa, infatti, che, per continuare a vivere e sentirsi vivo, deve andare oltre ai limiti del consentito, deve superare ciò che l’umanità considera ragionevole senza voltarsi indietro o avere ripensamenti; e qual è il mezzo migliore per farlo se non il potere: assassinii, stupri, sevizie, torture, pressioni psicologiche, ricatti, l’imperatore romano muove, con dolorosa lucidità, i fili di una spietata danza, da cui nessuno può salvarsi. Le palline rosse, sempre presenti nella grande vasca al centro del palcoscenico, diventano così una presenza inquietante, oggetti ironicamente sadici, che puntano a sottolineare (come se ce ne fosse bisogno) l’efferatezza delle azioni con la loro sanguigna essenza. Queste si connotano, quindi, come il luogo in cui si gestisce e si impone il potere, il luogo in cui non può esserci una differenza tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo, ma in cui c’è solo posto per una crudeltà ai limiti della ragione e dell’umana comprensione, se non oltre.
Lo spettacolo, diretto e interpretato dallo stesso d’Elia, circondato, come sempre, da validi interpreti, che ben supportano la sua energica presenza scenica, acquisisce grande incisività e efficacia anche grazie ad un sapiente uso dei contrasti. L’impatto visivo è fortemente caratterizzante: i tre colori predominanti, bianco, rosso e nero, concretizzano la tragicità degli eventi e diventano veicoli di emozioni e sensazioni, in un crescendo di intensità. Con la violenza sanguigna e assurda, stile Tarantino, si scontrano poi le belle note di Ennio Morricone, che, nonostante l’insolito binomio, insieme sanno restituire la grandezza di un testo spietato.
Con beffarda ironia e suggestioni postmoderne, Corrado d’Elia racconta al pubblico di Manifatture Teatrali Milanesi la storia di un imperatore che sognava di conquistare la luna, ma che trovò solo il suo destino.

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