Beyond Vanja

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Beyond Vanja

Da sempre siamo abituati a concepire una certa distanza tra ciò che avviene sul palcoscenico e il pubblico: essa può essere cortissima, quasi impercettibile, oppure impenetrabile come un muro. Quindi, quando ci ritroviamo a dover gestire la nostra presenza fisica in uno spazio che non è solo platea, ma anche parte attiva della scena teatrale e attoriale, siamo sconvolti (positivamente), attivamente coinvolti, per non parlare del fatto che, finalmente, almeno per due ore, possiamo sentirci parte di qualcosa che va oltre noi stessi e la nostra vita. È il caso di Beyond Vanja, in scena in sala La Cavallerizza del Teatro Litta dal 17 al 27 novembre, per la regia di Francesco Leschiera, su testo tratto da Zio Vanja di Anton Čechov, rielaborato drammaturgicamente da Antonello Antinolfi.
Facciamo un primo passo in sala e ci sembra di entrare in un giardino: lo scricchiolio delle foglie autunnali sotto le nostre scarpe ci delizia nel percorso per raggiungere il nostro posto; un’altalena penzola dal soffitto e dondola delicata, mentre il fumo e il profumo dell’incenso donano alla sala un’atmosfera mistica e religiosa, da osservare con assoluto rispetto. In mezzo a tutto questo, c’è un tavolo finemente imbandito, racchiuso da quattro teche di vetro, come un bow-window o una serra: i vetri non separano, non isolano i personaggi dalla natura circostante, ma anzi creano una connessione, un legame di continuità tra l’uno e l’altro spazio, come se le forze che da sempre dividono l’uomo e la natura non esistessero più, come se entrambi avessero finalmente trovato un modo equilibrato di convivere nel medesimo luogo.
La storia è presto detta. La vita monotona e priva di colpi di scena di Vanja e di sua nipote Sonja viene sconvolta dall’arrivo del professor Serebrjakov e della bellissima e giovane moglie in seconde nozze Elena.
Il sagace, cinico, ironico e tormentato Vanja, interpretato da un pungente Ettore Di Stasio, si innamora perdutamente della conturbante Elena, mentre la nipote Sonja, bruttina ma d’animo gentile e gran lavoratrice, perde la testa per il dottor Astrov, uomo d’avanguardia, con uno sguardo sempre rivolto al futuro. L’armonia che pervade la sala all’inizio del dramma cecoviano non regge di fronte agli amori disperati di Vanja e Sonja, amori non corrisposti, dolorosi, soffocanti.
Il tempo si dilata e anche le scadenze giornaliere come l’ora del pranzo o della cena, durante il soggiorno del professore e di sua moglie nella tenuta di Vanja, non sono più una certezza. L’orologio sulla parete non segna mai un’ora precisa, le lancette si rincorrono senza mai fermarsi; la tavola è sempre imbandita e i personaggi vi si intrattengono a ogni ora del giorno e della notte, tra un bicchiere di vino e un boccone di buon cibo.
La pigrizia e l’indolenza di Elena diventano ben presto contagiose e nessuno lavora più nella tenuta: tutte le forze vitali di Vanja, Sonja, del dottor Astrov sono rivolte a lei e al professore; cercano di accontentarli, di non deluderli, cercano di far parte del loro mondo per non rischiare di perdere l’occasione di avere una vita che esce fuori dai canoni monotoni che conoscono fin troppo bene.
Ma è proprio quando stanno per portartelo via, che capisci il valore di ciò che possiedi. Ed è lì, di fronte alla minaccia del professore di vendere la tenuta, che Vanja vede la sua vita, la sua realtà cadere in pezzi. Non le delusioni d’amore, non il fallimento, non la disillusione, ma è la paura di ciò che non si conosce, la paura di non poter ritornare alla propria tranquilla e ben avviata vita, anche se infelice, che spinge Vanja a ribellarsi e a compiere il disperato gesto.
Nonostante le tensioni e i turbamenti che crescono, parola dopo parola, per tutto il dramma, lo spettacolo si chiude con la coraggiosa voglia di andare avanti di Sonja, che con la sua straordinaria forza e un confortante ottimismo, ci fa tornare a casa con un leggero sorriso e due parole sulle labbra: “Bisogna vivere!”.
Bravissimi gli attori tutti, Sonia Burgarello, Ettore Di Stasio, Matteo Ippolito, Alessandro Macchi, Giulia Pes; un impianto scenico molto ben riuscito curato da Francesco Leschiera, Alice Manieri e Chiara Bartali; un testo, quello di Čechov, che nella rielaborazione di Antinolfi ha mantenuto la sua anima drammaturgica.

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